Critica

Critica di Barbara Martusciello

Arusha Cecone è una giovane artista che ha alle spalle un’iniziale formazione creativa che, attraverso il diploma di Liceo Artistico, l’ha portata ad un confronto diretto con il pubblico attraverso poche mostre di verifica. Il suo procedere sta tuttora maturando come una sorta di work in progress che passi attraverso il linguaggio dei grandi pittori innovatori per approdare, come per ogni logica conseguenza che si rispetti, ad un codice stilistico sempre più personale.

Questi debiti nei confronti della storia dell’arte sono riconoscibili ma selettivamente sperimentati sulla propria pelle, o meglio sulla propria pittura; essi comprendono alcune delle esperienze che al tempo stesso scossero un certo linguaggio e liberarono nuovi alfabeti. Così, ecco un certo primitivismo che se rimanda a quello liricamente cromatico e di essenzialità delle forme di un Gauguin, per Arusha corrisponde alla propria biografia che l’ha vista soggiornare a lungo in Africa; e tanta libertà compositiva ed, ancora cromatica che ricorda certe scelte di Matisse si spiegano meglio cogliendo il bisogno dell’artista emergente di con concretizzare un’esigenza insopprimibile e dinamica.

Questo riferimento al dinamismo del segno è tra piani pittorici è tra l’altro associabile ad alcune delle soluzioni futuriste alle quali Arusha e molti giovani artisti si rivolgono mentre rinnovano attraverso una certa gestualità veemente di “giovanile intraprendenza” assolutamente liberatoria, e per Arusha quasi terapeutica, la spinta mai esaurita dell’espressionismo astratto.

Se questi sono alcuni dei fili storici che legano il suo percorso pittorico, l’alfabeto formale al quale è attualmente giunta guarda al proprio tempo, tempo di ritmi urbani, di moralismo stradale, di certa illustrazione d’autore, delle forti tinte da cartellonistica pubblicitaria, di retiniche schermate tra video clip e spot di MTV, accenni, dati contemporanei inevitabilmente nel DNA di ogni emergente che Arusha “scalda” con un poetico sentire tutto suo e poco collocabile generazionalmente.

L’immagine è comunque tornata prorompente in quest’accattivante nuova produzione e campeggia sulla gran parte del campo pittorico, già di grande e grandissima dimensione, mentre il segno si è arrotondato e, fluente rende i contorni un continuum lineare. L’illusione prospettica è azzerata, quasi assorbita all’interno delle masse compositive che suggeriscono la tridimensionalità solo attraverso i dati che abbiamo registrati nella memoria ed in questo il lavoro dell’artista trova curiose corrispondenze con certi procedimenti fumettistici, ove la grafica è asciutta, essenziale, ove il colore è protagonista e la plasticità delle figure a tutto ciò è subordinata.

In quest’ottica i vari soggetti raffigurati non fanno parte di nessuna narrativa compositiva ma sono iconiche rappresentazioni, tra l’ironico e il lirico. Quando la scelta si concentra, la maggior parte delle immagini sono riferibili al mondo animale: non al microcosmo domestico e cittadino – ed in questo l’artista si distacca drasticamente dal suo referente metropolitano – bensì a certi ricordi di terre lontane, che la maggior parte di noi da bambini conobbe attraverso le visite allo zoo o dai cartoons disneyani ma che Arusha ha toccato con mano avendo come ho già ricordato, vissuto per un certo periodo della sua vita in Africa: da quell’esperienza ne ha ricavato immagini d’affezione ne naturalistiche ne nostalgiche ma prorompenti nella loro essenzialità e quasi apparizioni fiabesche.

Elefanti in coppia, uccelli, ippopotami, zebre o gazzelle, flora inconsueta non sono isolate figurine nello spazio ma giganteggiano come masse coloristiche e sono ad esso connesse attraverso una caleidoscopica tessitura di elementi decorativi che – consentitemi la funambolica interpretazione – potremmo proporre come moderna versione, seppure inconsapevole, della straordinaria pienezza del campo pittorico di un Klimt attraverso una più lieve ed ottimistica concezione tra introspettiva visione lisergica e libertà graffitata.

Tra i soggetti a tutto campo ecco galleggiare fiori, ghirigori, cerchi, geometriche grottesche, tatuaggi della pittura che riecheggiano patrimoni visivi fine anni ’60 anni ’70 con tutto il loro bagaglio non tanto politico sociale – perché nelle opere di Arusha questo aspetto non è affrontato – ma di rivoluzione dello stile e di rinnovamento dei codici estetici.

A questo punto è ancor più chiara l’importanza assunta in questo contesto pittorico dal gioco cromatico che va detto, rende definitivamente certa la validità dell’attuale scelta stilistica di questa giovane artista.
Infatti è anche quest’uso di colori innaturali, acidi, brillanti direi persino allegri che sostiene, esaltandola, ogni pacatezza compositiva e fa più solida e meno leggera la sua proposta visiva tramite questa “sinteticità” ed ironia che allontana il suo lavoro dalle esperienze precedenti proiettandolo, speriamo sempre più coerentemente – e portando con sé il suo irrinunciabile carico riferito ad un proprio lirico, intimo segreto mondo interiore – nel tessuto connettivo del suo tempo.

Collegati design by line22